Nicola Cirelli
Leadership e autonomia

Come dire "oggi sono stanco" costruisce fiducia nella squadra.

Perché mostrare la fatica alla squadra non ti indebolisce come titolare, e cosa dice la scienza della leadership su questo.

Nicola Cirelli5–6 min di lettura25 settembre 2026
Titolare visto di spalle mentre parla con la sua squadra in una cucina professionale, una collaboratrice gli posa una mano sulla spalla, luce calda e atmosfera raccolta.

Sono quasi le dieci di sera e il pass è ancora pieno. Hai le gambe che non senti più da un'ora, quel tipo di stanchezza che parte dai piedi e sale, e ti si posa dietro gli occhi. La cucina intorno a te continua a muoversi, piatti che escono, ordini che entrano, e tu sei lì, fermo un secondo di troppo davanti alla comanda a fissarla come se dovessi decifrarla per la prima volta.

Un cameriere ti chiede se va tutto bene. Tu rispondi di sì, ovviamente, e torni a lavorare con la faccia di sempre. Ma quel secondo di troppo, quello lo hai sentito. E probabilmente lo ha visto anche qualcun altro.

Quante sere hai fatto così. Quante volte hai tirato fuori l'ultimo sorriso della giornata non perché lo sentivi, ma perché pensavi fosse il tuo lavoro tirarlo fuori comunque.

Illustrazione ad acquerello di uno chef visto di spalle davanti al pass di una cucina professionale, tonalità fredde blu-grigio, postura curva, stanchezza trattenuta in silenzio.

Il personaggio che non si stanca mai

C'è un'idea che ci portiamo dietro fin da quando abbiamo iniziato in questo mestiere, che non si debba mai stancarsi, o almeno non si debba darlo a vedere. Sorridi anche quando non ne hai voglia. Rispondi "tutto bene" anche quando non lo è. Perché pensi che se la squadra ti vede cedere, anche solo un po', tutto crolli con te.

Non è così. Anzi, è il contrario

Una squadra che vede il proprio titolare ammettere "oggi sono stanco" non perde fiducia, la guadagna. Perché capisce che quella persona è vera, non un personaggio che recita sicurezza ventiquattr'ore al giorno. Il problema non è la stanchezza in sé, è il personaggio che hai costruito sopra per nasconderla. Ed è quel personaggio, non la fatica, a isolarti dalla tua squadra.

Fermati un secondo. L'ultima volta che eri davvero a terra, cosa hai detto alla tua squadra? E cosa avresti voluto poter dire?

Cosa dice la ricerca

Non è solo intuizione. Amy Edmondson, la ricercatrice di Harvard che ha introdotto il concetto di sicurezza psicologica nei team, ha mostrato che fiducia e sicurezza psicologica condividono la stessa radice. Entrambe nascono dalla percezione soggettiva del rischio e della vulnerabilità, e quando crescono migliorano il benessere delle persone, l'efficacia del gruppo e le performance dell'intera organizzazione.

Tradotto nella tua cucina o nella tua sala, quando ti mostri vero, stai riducendo il rischio percepito da chi lavora con te. Non lo stai aumentando.

C'è però una condizione, ed è quella che fa davvero la differenza tra un titolare, uno chef patron o un responsabile di reparto che si mostra vulnerabile e uno che si sfoga. Il ricercatore Timothy Clark, che ha dedicato anni allo studio della sicurezza psicologica nei team, lo dice con chiarezza: la vulnerabilità genera fiducia solo quando viene accolta, non quando viene ignorata o punita. Quindi non basta dire "oggi sono stanco". Conta cosa succede subito dopo, come rispondi a chi ti viene incontro con un aiuto o una parola.

Questo significa che l'atto di riconoscere la fatica non è un momento isolato. È l'inizio di uno scambio. E quello scambio, se lo lasci accadere invece di richiuderlo subito con un "no vabbè dai, sto bene", è il momento in cui la squadra impara che con te si può essere veri.

Il primo passo operativo

Non serve un discorso. Bastano poche parole dette con naturalezza, come ad esempio: "ragazzi, oggi sono un po' scarico, aiutatemi a tenere il ritmo", vale più di mille sorrisi forzati. Non è debolezza, ricordalo, è chiarezza, e la squadra la percepisce come rispetto, non come un problema da risolvere.

Ma perché funzioni davvero, c'è un secondo passo che spesso viene saltato, ed è quello che la ricerca indica come decisivo. Quando qualcuno della squadra risponde a quella tua frase, con un'offerta di aiuto, con un "ci penso io al pass per dieci minuti", con anche solo uno sguardo di riconoscimento, non liquidarlo. Accoglilo. Anche solo con un grazie detto guardando negli occhi.

Pensa a una persona della tua squadra in questo momento. Se stasera le dicessi davvero come stai, cosa pensi che farebbe?

Prova questo esercizio nelle prossime due settimane.

Scegli un momento, non tutti i giorni, in cui la fatica è reale e non nascosta, e dillo ad alta voce a quella persona. Poi osserva, senza intervenire subito, cosa succede. Chi si avvicina, chi si tira indietro, chi cambia atteggiamento nei giorni successivi.

Non è un esercizio di sfogo, è un esercizio di osservazione su come la tua squadra reagisce quando le dai il permesso di essere vera anche lei.

Trasformazione

Chi finge di non stancarsi mai insegna alla propria squadra a fare lo stesso, a nascondere la fatica invece di gestirla. Chi invece la mostra, quando serve, e accoglie quello che torna indietro, insegna una cosa molto più preziosa: che si può essere stanchi e continuare a guidare bene lo stesso.

Non è più solo una questione di carattere, è una competenza che si allena, sera dopo sera, esattamente come tutte le altre che usi in cucina o in sala.

Illustrazione ad acquerello di uno chef visto di spalle davanti al pass di una cucina professionale, tonalità calde dorate, stessa posa, momento di sollievo dopo aver condiviso la stanchezza con la squadra.

Chiusura emotiva

Sono di nuovo quasi le dieci di sera. Il pass è ancora pieno, le gambe ancora pesanti. Ma questa volta, invece di stringere i denti, ti fermi davvero un secondo e lo dici: "ragazzi, oggi sono un po' scarico". Non succede niente di eclatante. Qualcuno alza lo sguardo, qualcuno si avvicina, qualcuno prende in mano un piatto che non gli spettava. E tu, per la prima volta quella sera, senti le spalle un po' più leggere. La stanchezza è ancora lì. Solo che stasera non la stai portando da solo.

C'è chi pensa che ammetterlo sia un rischio, io penso il contrario! È da lì che è partito tutto questo articolo. Leggi il post originale e dimmi nei commenti se la pensi come me, o se per te è ancora un segno di debolezza.

Fonti citate

Nicola Cirelli — Il coach della ristorazione

Chef, coach e autore del libro Essere un cuoco migliore. Aiuta imprenditori e professionisti della ristorazione a gestire meglio il proprio lavoro, guidare il locale con maggiore consapevolezza e recuperare spazio per la propria vita.

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