Nicola Cirelli
Leadership e autonomia

18 ore di sacrificio, zero riconoscimento

Un "fa parte del mestiere" detto a fine turno non è un ringraziamento. Perché il sacrificio della squadra va riconosciuto sempre, non solo nelle serate perfette, e da quale grazie cominciare.

Nicola Cirelli4–5 min di lettura15 ottobre 2026
Sala di un ricevimento di nozze a notte fonda, con i tavoli ancora apparecchiati tra candele e fiori; in primo piano il polso di chi guarda l'orologio, che segna le due, e in fondo la squadra di sala e cucina, stanca, riunita vicino alla porta della cucina.

C'è chi pensa che 18 ore di lavoro filate siano sempre troppe. Chi lavora in ristorazione sa che a volte non bastano nemmeno quelle. Sono le due di notte, l'ultimo tavolo del matrimonio se n'è appena andato, e da stamattina alle otto non ti sei più fermato.

In quella giornata, non è un'esagerazione. È quello che serve per fare un servizio degno di questo nome.

Chiunque lavori in ristorazione lo sa, lo accetta, e va bene così. Ma quel sacrificio dovrebbe avere sempre un grazie sincero e, sempre, anche un dovuto riconoscimento economico, non un favore, non un'eccezione, e non solo un "fa parte del mestiere" detto en passant a fine turno.

E poi ci sono le giornate morte, quelle in cui il locale lavora poco. Anche lì, la squadra raramente ha colpa.

Se pensi che "fa parte del mestiere" basti come ringraziamento, forse il problema non è il mestiere, ma ciò che pensi.

In questo articolo trovi:

  • Perché un "fa parte del mestiere" detto a fine turno non è mai un vero ringraziamento.
  • Perché il riconoscimento legato solo alle serate perfette è una mancia, non un'abitudine.
  • Un modo concreto per iniziare a costruire un riconoscimento vero, che non dipenda da quanto è andata bene la serata.

Il debito che nessuno vede

Ogni notte di sacrificio che passa senza un riconoscimento vero non sparisce, si accumula in silenzio, come un debito che nessuno sta segnando da nessuna parte, e nessuno se ne accorge perché su una singola serata basta un "fa parte del mestiere" a farlo sembrare regolato.

Il problema è che i debiti che non vengono mai saldati non si annullano da soli, aspettano, ed è per questo che il giorno in cui qualcuno della squadra decide di andarsene, apparentemente senza preavviso, di solito è semplicemente il giorno in cui quel debito è arrivato a scadenza.

In una cucina professionale a fine servizio, una dipendente con un canovaccio in mano resta ferma a guardare il titolare che esce dalla porta con la valigetta, salutandola di sfuggita con la mano alzata.

Non è una mancia, è un'abitudine

Se il grazie arriva solo dopo una serata perfetta, funziona come una mancia, piacevole ma condizionata, revocabile, legata a un risultato, e nelle giornate in cui il locale lavora poco la mancia semplicemente non arriva, così la squadra, che in quelle giornate raramente ha colpa, impara presto che il riconoscimento non dipende da quanto si dà, ma da quanto il locale ha guadagnato quella sera. Il riconoscimento vero non fa questa domanda, non chiede com'è andata la serata prima di decidere se è dovuto.

Lavorare fianco a fianco, restare dentro il servizio fino all'ultimo tavolo, può sembrare già un modo per dire grazie, ma la presenza costante, come ho raccontato in Costruire qualcosa che funziona non basta, non è la stessa cosa del riconoscimento, perché essere lì non dice a nessuno che il suo sacrificio è stato visto.

Se ti riconosci in questo schema, il TAC del Controllo ti aiuta a vedere in pochi minuti come stai gestendo oggi il tuo locale.

Trova il tuo prossimo grazie

Non serve un piano di riconoscimento complesso per cominciare, serve un solo grazie, detto bene, alla persona giusta, e per trovarla prova a rispondere a queste domande:

  1. Chi, nella tua squadra, ha retto un turno pesante nell'ultimo mese senza che tu gliene abbia più parlato dopo quella sera?
  2. L'ultima volta che hai detto grazie, l'hai detto a una persona per nome, o genericamente "alla squadra"?
  3. Quel grazie sarebbe arrivato comunque, anche se la serata fosse andata storta?
  4. Cosa cambierebbe, per chi lavora con te, se lo dicessi anche nelle giornate morte, quelle in cui nessuno ha fatto niente di eccezionale, solo il proprio lavoro?

Se la terza domanda ti ha fatto fermare un secondo, probabilmente hai trovato dove cominciare.

In cucina, a fine serata, il titolare appoggia una mano sulla spalla di un giovane cuoco e lo guarda negli occhi sorridendo, mentre il cuoco, con le mani intrecciate, ricambia lo sguardo.

Da chi dirige a chi restituisce

Dirigere una squadra attraverso una notte da 18 ore richiede una capacità che pochi altri mestieri richiedono allo stesso modo, ma dirigere non basta se quello che la squadra riceve in cambio è solo la certezza che ci sarà un'altra notte uguale.

Restituire non significa necessariamente più soldi, anche se il riconoscimento economico resta dovuto e non negoziabile, significa smettere di considerare il sacrificio della squadra un dato di fatto e cominciare a trattarlo per quello che è, qualcosa che ti viene dato, non qualcosa che ti è garantito.

La stessa notte, vista da un altro punto

Adesso mettiti dall'altra parte, nei panni di chi quella notte l'ha retta insieme a te, che è in piedi dalle otto di mattina come te, ha portato piatti, sparecchiato e riordinato la sala mentre gli invitati brindavano, e che alle due, quando l'ultimo tavolo del matrimonio se ne va, ha le gambe che non lo reggono più e un solo pensiero, tornare a casa.

Prima di uscire passa davanti a te e si aspetta, senza nemmeno dirselo, una parola, una sola, e invece sente il solito "ci vediamo domani", oppure il "fa parte del mestiere" detto a fine turno senza il suo nome, e annuisce, perché in ristorazione si fa così, ma mentre chiude la porta una riga in più viene scritta, da qualche parte dentro di lui, su quel debito che tu non stai segnando da nessuna parte.

Non è rabbia, non ancora, è qualcosa di più silenzioso, la sensazione che quella notte per te sia stata un dato di fatto e non qualcosa che ti è stato dato, e che la prossima varrà esattamente quanto questa, cioè niente.

Ora riavvolgi la scena, perché quel silenzio, a differenza della stanchezza, lo decidi tu, e basta fermarti un secondo in più, non per controllare la cassa ma per dire un grazie vero, con il suo nome, a chi quella notte l'ha retta insieme a te.

Non cambia la stanchezza, cambia il silenzio che di solito viene dopo.

Nicola Cirelli — Il coach della ristorazione

Chef, coach e autore del libro Essere un cuoco migliore. Aiuta imprenditori e professionisti della ristorazione a gestire meglio il proprio lavoro, guidare il locale con maggiore consapevolezza e recuperare spazio per la propria vita.

Scopri di più su Nicola→

Vuoi una fotografia più completa di dove ti trovi oggi?

Il TAC del Controllo è un piccolo strumento gratuito, 24 domande, che in pochi minuti ti aiuta a vedere con più chiarezza dove stai reggendo tutto e dove invece potresti iniziare a costruire un sistema.

Fai il TAC del Controllo